logo matrice logo matrice

Il paesaggio ricorda

Il paesaggio ha buona memoria e racconta se stesso. Interpreti di questo racconto: bonifiche, piene del fiume e rottura degli argini, distese paludose di acqua, costruzioni idrauliche per regimentare e canalizzare le acque fluviali, terra che avanza o che si ritira.

Oggi il paesaggio codigorese è caratterizzato da campi lunghi in fondo ai quali si perdono le vie e i canali che tagliano i terreni ed elementi verticali costituiti da pali e pilastri, alberi, gru e ciminiere. Tutto ciò è il risultato dell’azione bonificatrice dell’uomo che per secoli ha cercato di sottrarre terra alle acque e ha lasciato, disseminate nel territorio, testimonianze ben visibili che costituiscono oggi esempi di archeologia industriale.

Dopo una fase di relativa stabilità idrografica nelle età antica e alto medievale, il sistema entrò in crisi con le rotte di Ficarolo del 1152 che, facendo spostare più a nord il corso principale del Po, resero il Po di Volano un ramo secondario del Delta e provocarono l’interrimento dei canali e l’estendersi di aree paludose focolai di malaria.
Il primo tentativo di bonifica fu compiuto nel 1464 da Borso d’Este. Fu però Alfonso II ad avviare nel 1564 la prima grande bonifica, alla quale partecipò attivamente il celebre architetto e idrostatico ferrarese Giovanni Battista Aleotti.

Il territorio compreso tra il Volano a sud e il Po grande a nord era di fatto distinto in due aree: da una parte le “terre vecchie”, più alte e coltivate, dall’altra le depressioni, sommerse per buona parte dell’anno e con canneti e torbe. Per conquistare queste terre all’agricoltura si decise di realizzare grandi canali collettori che convogliassero le acque al mare: a nord il Po dell’Abate accoglieva le acque alte, a sud il Po di Volano le acque basse, e furono costruite palificate con chiaviche al loro sbocco al mare.
I lavori si conclusero nel 1580 ma le palificate furono travolte dal mare, la chiavica dell’Abate ostruita dai detriti e quella del Volano distrutta. A ciò si aggiunse il Taglio di Porto Viro, operato dalla Serenissima per salvare la propria laguna, che facendo sboccare il Po di Levante più a sud compromise il deflusso delle acque dei canali.

Alla fine del XVII secolo le acque dei canali meridionali furono condotte al mare attraverso la Chiavica dell’Agrifoglio, situata più all’interno su un’ampia ansa del Po di Volano. L’edificio è forse uno dei più antichi manufatti idraulici della Provincia di Ferrara, ancora esistente ma reso ormai inservibile dal prosciugamento, ad opera della più recente bonifica meccanica, della Valle Giralda e dell’ansa del Volano in piena campagna, nelle vicinanze dell’Abbazia di Pomposa: una costruzione in muratura con corpo rettangolare, tetto a due falde e un androne passante longitudinale cui si accede attraverso ingressi ad arco, con sette grandi finestre rettangolari nel prospetto meridionale mentre quello a nord ne è privo. La chiavica è costituita da 8 conche (4 maggiori a ovest e altrettante minori a est), sormontate da volte a botte in cotto impostate su piloni cuneiformi, alcune delle quali conservano parte delle paratie verticali in legno e gli elementi di appoggio ricavati da blocchi di pietra d’Istria.

Chiavica dell'Agrifoglio abbandonata

La chiavica dell’Agrifoglio

Gli effetti della grande bonificazione Estense furono ben presto vanificati dal costipamento dei suoli torbosi essiccati, che ne provocò l’abbassamento, e dalle numerose rotte dei molti corsi d’acqua e la redenzione dalla acque del territorio a nord del Po di Volano si ebbe solo con l’avvento della bonifica meccanica che a partire dal 1874, con esiti non sempre duraturi, lo trasformò completamente.

Nel secondo dopoguerra l’Ente per la colonizzazione del Delta Padano, nell’intento di creare nuove terre da assegnare a piccoli proprietari terrieri per migliorarne la qualità della vita e contrastare il degrado sociale, economico e culturale, procedette all’esproprio di terre asciutte dei latifondi e al prosciugamento delle aree umide rimaste; seguirono la fondazione di nuove borgate rurali e la realizzazione di una rete stradale e dei necessari servizi sanitari e scolastici.
Tra le colture prevalenti nelle nuove terre vi erano la barbabietola e il pioppo, destinati alla produzione dello zucchero e della carta, per la cui lavorazione furono realizzati importanti stabilimenti industriali.

Nel 1883 Francesco Cirio acquistò dalla Società Bonifiche Ferraresi alcuni terreni torbosi nei pressi di Codigoro, tra la strada provinciale e il Po di Volano, e costituì la società che prese il suo nome. In seguito all’epidemia di colera del 1885 la Società Anonima Agricola Cirio, per reagire alla crisi, decise di costruire uno zuccherificio che fu poi acquistato nel 1899 da Giovanni Battista Negrotto, per conto del gruppo di imprenditori liguri che aveva fondato la Eridania Zuccherifici Nazionali; egli si accordò con la Società La Codigoro, proprietaria dei terreni vicini, perché coltivasse a barbabietole centinaia di ettari di terreno.
Nello stesso anno lo stabilimento entrò in funzione, non senza difficoltà dovute in parte all’inesperienza dei lavoratori, alle polemiche con La Codigoro e a problemi con gli impianti. La produzione rimase in perdita sino al 1903, gli scioperi del 1909 costrinsero ad una chiusura temporanea ma negli anni successivi la produttività divenne tale da raggiungere in più occasioni l’eccesso di produzione.
Il complesso, con un enorme corpo di fabbrica centrale dalle linee essenziali, fu realizzato con tecniche costruttive all’avanguardia per l’epoca, quali il cemento armato a grandi luci e le strutture reticolari in metallo. Durante il Ventennio fascista l’edificio fu ristrutturato e vi fu aggiunta la torretta sull’ingresso principale.
L’impianto uscì incolume dai conflitti mondiali. Il ciclo di lavorazione della barbabietola si interruppe alla fine degli anni ’60 e il complesso continuò a svolgere funzioni di deposito e distribuzione fino al 1975. Oggi versa in uno stato di abbandono e degrado ma tra gli alberi e gli arbusti nati spontaneamente tra i bacini e gli edifici di servizio dell’ex zuccherificio si è sviluppata una importante garzaia di circa 6 ettari che ne ha fatto una zona a protezione speciale della fauna. Si stagliano ancora altissime le ciminiere.

Zuccherificio
Quel che rimane dello zuccherificio

A Giovanni Battista Negrotto si deve anche l’edificazione, a partire dal 1902, della Cartiera per la produzione di cellulosa e cartoni. Lo stabilimento, collocato strategicamente sull’asta del Volano, era costituito da un aggregato di volumi funzionali: il corpo di fabbrica, grandi magazzini, depositi, un settore residenziale e una svettante ciminiera che permetteva di individuarlo a distanza. La cartiera rimase in funzione fino al 1972, la ciminiera fino al 1982 poi il complesso cadde in disuso. Recentemente è stato riqualificato e destinato ad ospitare un grande allevamento di galline ovaiole.

– contributo di Benedetta Bolognesi (tenace esploratrice culturale) –
– scatto di copertina di Francesco Zaia (lo zuccherificio di Codigoro in rovina) –