Scalata verso il cielo
1063 d.C., Pomposa aggiunge un elemento fondamentale per la vita del monastero e per le comunità che la circondano: il campanile.
Costruito accanto al fianco sinistro della basilica, la torre, a base quadrata, vigila sul territorio circostante, sorella dell’Abbazia nei colori e nei decori. Nove moduli di laterizi partono dal basamento per innalzarsi, cima compresa, ad un’altezza di 48 metri.
La varietà di colorazione dei mattoni, dai toni che virano dal rosso al giallo ocra, dipende dalla composizione dell’argilla disponibile sul territorio, dalla quantità di ferro in essa presente e dalla percentuale variabile di ossigeno durante la cottura.
Le fasce dei laterizi sono animate ad ogni livello da cornici marcapiano (anche con bande a “dente di sega”) e da una sequenza alternata di lesene e semicolonne chiuse da coppie di archetti pensili. Tutti elementi simili ma non identici per distribuzione, ampiezza e decori. La disposizione dei mattoni in combinazioni orizzontali, diagonali e verticali movimenta le superfici del campanile, in un’alternanza equilibrata di linee e di pieni/vuoti.
Su ciascun lato dei quattro ordini inferiori si apre una monofora, al quinto una bifora, al sesto e al settimo una trifora, una quadrifora agli ultime due.
L’ampiezza delle aperture aumenta all’aumentare dell’altezza della costruzione per alleggerirne, insieme all’estetica, l’impianto e la pesantezza strutturale. Sul versante del mare le logge sotto la cella campanaria sono state murate nel tempo per impedire i danni dovuti ai venti umidi.
Da questa aperture il suono delle campane si espandeva in tutte le direzioni, così come i raggi del sole illuminavano in parte il percorso interno di salita. Dal vano delle polifore più in alto potevano essere segnalati con fuochi e lampade pericoli imminenti ed emergenze.
La luce che le attraversava le recava un doppio richiamo: l’annuncio del messaggio evangelico e il riferimento visivo per i marinai che dall’Adriatico cercavano la foce per risalire il fiume.
Da ancor più lontano arrivano i bacini ceramici di provenienza islamica che sono incastonati sui lati del campanile, a segnare i cambi di piano o l’area soprastante le aperture, in corrispondenza delle colonnine e pilastri che le sostengono. Elementi lapidei di reimpiego, scolpiti e non, sono utilizzati nell’intera struttura, come spesso accadeva in epoca medioevale, recuperando una parte di passato per dar vita al presente.
Di marmo è la lastra che ricorda su lato occidentale della torre l’epoca della sua realizzazione e il nome di colui che ne ha diretto i lavori, il capomastro Deusdedit che riesce a dare ritmo, proporzione e ordine alla diversità, coniugando stabilità, possanza e armonia. Aggiunta successiva al suo incarico, fu la parte terminale del campanile, inserita nel Trecento, a forma di cono anch’essa in laterizi.
– scatto di copertina di Roberto Romagnoli –

