D’altro canto
Il nome Guido torna più volte nella storia di Pomposa. Quando non si parla dell’Abate Guido (970 – 1046), poi divenuto santo, si tratta indubbiamente del monaco benedettino che ha studiato, insegnato, teorizzato e trasformato il modo di rappresentare la musica e la sua interpretazione. Nato nel 922 ca. e scomparso dopo il 1033 il monaco Guido è a Pomposa sotto la direzione dell’Abate suo omonimo. Suo compito è quello di preparare i giovani confratelli al canto.
Cantare il cosiddetto Ufficio divino, è uno dei fondamenti della lode a Dio e alle sue opere (Opus Dei) e della pratica spirituale benedettina: si tratta di una preghiera rituale costituita da salmi, inni, brani sacri e testi dei Padri della Chiesa (secc. II-VIII). Il canto non solo accompagna la preghiera ma prepara al raccoglimento e alla meditazione. L’Ufficio divino è recitato in maniera collettiva, quotidianamente, in determinate ore del giorno e della notte (le cosiddette ore canoniche).
Per secoli si era reso indispensabile avere un insegnante specifico per i monaci cantori poiché il canto sacro continuava ad essere tramandato oralmente e in Occidente la tradizione liturgica musicale si era assestata nel repertorio cosiddetto gregoriano. Alla figura del papa Gregorio I Magno (540? – 604), benedettino anch’egli, è stata infatti attribuita la regolamentazione dei canti sacri, raccolti e ordinati nell’Antiphonarius Cento.
Il canto gregoriano viene interpretato a cappella, ossia senza alcuno strumento di accompagnamento ed ogni elemento del coro canta all’unisono. Il ritmo del canto deriva dalle sillabe delle parole e dalla melodia.
Il monaco Guido si trova davanti alla necessità di tradurre il rigore dei canti in termini mnemonici più semplici di quelli in uso. La consuetudine voleva che la melodia venisse imparata alla perfezione attraverso la sua ripetizione continua, con l’ausilio di alcuni simboli, detti neumi. Appuntati al di sopra del testo per segnalare al cantore come accompagnare musicalmente le singole sillabe, i neumi replicavano graficamente gli accenti grammaticali della lingua francese ed erano utilizzati soprattutto per ricordare se la melodia scendesse o salisse.
Non è un caso che siano soprattutto i monasteri benedettini a promuovere uno sviluppo delle varianti grafiche di questi segni, che assumono caratteristiche diverse a seconda dell’area geografica e aumentano di numero. Tra questi cambiamenti rientrano, in tempi diversi, il tracciamento sopra il testo liturgico della linea dell’odierno FA (a secco e poi in rosso) e, al di sopra, della linea del DO (di norma gialla).
Nell’XI secolo il ricorso ad una scrittura delle note righe e spazi è già in uso e i musicisti possono affidarsi ad una interpretazione a colpo d’occhio.
Guido compie un passo ulteriore, facendo di necessità virtù. Impiega un brano molto noto ai cantori e trasforma questo sapere in uno strumento pratico di apprendimento musicale. Si tratta della prima strofa dell’Inno a San Giovanni: «Affinché i fedeli possano cantare a voci spiegate le meraviglie dei tuoi atti, disperdi, o San Giovanni, il peccato dal labbro impuro».
Il monaco isola le note corrispondenti alle sillabe iniziali di ciascun verso della prima strofa e individua una scala di sei suoni (esacordo): Ut, Re, Mi, Fa, Sol, La.
Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum,
Solve polluti
Labii reatum,
Sancte Ioannes
Questa codifica renderà più autonomi i cantori nella lettura a prima vista dei brani e alleggerirà la fatica di dover riprodurre mnemonicamente tutti i loro passaggi.
L’uso delle parti della mano per indicare ai cantori la nota da eseguire completa la rosa di strumenti didattici a cui Guido si appoggia per il suo insegnamento. Non a caso si diffonde nel tempo la riproduzione in vari manoscritti della cosiddetta “mano guidoniana”. (L’immagine di copertina è la rappresentazione della notazione musicale riportata sulla mano tratta da, “Scientia artis musicae”, di Elia Salomon, 1274).
Almeno all’inizio però l’intuizione del monaco Guido non viene accolta nell’ambiente monastico con grande plauso.
Ma questa è un’altra storia.

