Acqua passata?
Il paesaggio che oggi caratterizza il Delta del Po è profondamente diverso da quello che si presentava al viaggiatore nei secoli passati ed è il risultato dell’attività ininterrotta del fiume Po nella valle padana e dell’azione dell’uomo che per secoli ha cercato di plasmarlo secondo le proprie esigenze.
Un paesaggio mutevole, soggetto alle continue variazioni di percorso dei rami principali del Po, dovute soprattutto alle rotte verificatesi a seguito delle grandi piene e quindi anche ai cambiamenti climatici.
Per quanto riguarda in particolare il territorio di Codigoro, ci sono testimonianze archeologiche dell’esistenza di un insediamento sparso di età romana, in una fase di clima mite e stabilità idrologica ai quali si aggiunse il lavoro dell’uomo che, disboscando e regimentando i corsi d’acqua, favoriva la produttività di terreni in gran parte emersi.
Poco distante dal mare e sul Po di Volano, in un’epoca in cui le comunicazioni e i commerci si svolgevano soprattutto lungo le vie d’acqua, l’antica Corniculani (forse corruzione di Cornua Volani) si trovava in posizione strategica per il commercio e il transito.
Da qui passava la via Popilia-Annia, realizzata nel II secolo a.C. per collegare Rimini con Aquileia e attestata dal rinvenimento di un cippo miliario in trachite dei Colli Euganei a Ponte Maodino, a metà strada tra Codigoro e l’Abbazia di Pomposa e sul cordone fossile del litorale preromano poi percorso dalla via consolare. Qui vicino vi era la Fossa Augusta, il canale per la navigazione interna voluto dall’imperatore Augusto che collegava il porto ravennate di Classis con Adria e Altino e che, unendo tra loro tratti di canali precedenti, generò il canale del Gaurus che si innestava nel Po di Volano proprio presso Codigoro (Caput Gauri), dirigendosi poi a nord-est.

Cippo miliario di Ponte Maodino
La situazione mutò alla fine dell’Impero, con l’aumento delle precipitazioni e del livello delle acque: i percorsi terrestri divennero instabili e il fiume Po di Volano, non più controllato e incanalato, spesso esondava allagando le aree circostanti e depositava nuovi sedimenti, mentre si creavano ampi stagni di acqua dolce.
L’importanza della navigazione interna in questo territorio è dimostrata dai frequenti rinvenimenti occasionali di piroghe monossili, ricavate da un solo tronco d’albero sagomato alle estremità e scavato all’interno per ricavare lo scafo. Il legno proveniva dai boschi circostanti, ed era perlopiù di rovere o quercia. Nel 1956 fu scoperta a Caprile, a 3 metri di profondità, anche una piccola imbarcazione a guscio, a fondo piatto.

Una piroga monossile conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
Si serba poi notizia del rinvenimento a Bosco Spada, vicino all’Abbazia di Pomposa, nel 1922 di una imbarcazione a fasciame, anch’essa a fondo piatto per potersi muovere sui fondali bassissimi delle acque interne e lunga 50 metri e larga 10, che purtroppo fu subito distrutta. Poteva forse trattarsi di una nave cursoria, attiva lungo le linee di navigazione pubbliche e atta al trasporto di persone.
Tra il V e il VII secolo d.C., a causa dei mutamenti climatici, gli insediamenti umani si ridussero e Codigoro, nuovamente circondata dalle acque, divenne dimora di pescatori e cacciatori sotto il dominio dell’Esarcato bizantino di Ravenna che si protrasse fino all’XI secolo, quando passò sotto il governo dell’Insula Pomposiana e fu coinvolta nella sua opera bonificatrice.
L’abitato acquistò via via importanza al punto che l’abate di Pomposa, per affermare il proprio governo politico, amministrativo ed economico, vi fece costruire la sua domus, che oggi è conosciuta come “Palazzo del Vescovo”.
– contributo di Benedetta Bolognesi (tenace esploratrice culturale) –
– scatto di copertina di Marcello Serenetti (maestro di precisione) –

