Per non farsi il fegato amaro
Tra maggio e giugno non è insolito vedere gli argini del canale vicino all’Abbazia costellati dalle rustiche infiorescenze dello Silybum marianum, il cardo mariano. Spunta tra l’erba alta e le canne lacustri. Deve il suo nome alla tradizione cristiana secondo cui le striature bianche sulle sue foglie siano la memoria delle gocce di latte perse su questa pianta da Maria durante l’allattamento di Gesù Bambino, mentre in fuga con Giuseppe verso l’Egitto. Tanto che veniva utilizzata in alcuni preparati depurativi per le madri in fase di allattamento.
Gli estratti di cardo mariano sono alla base di molte preparazioni della medicina popolare fin dal I secolo d.C. Dioscoride, Plinio e Galeno ne illustrano i benefici per la salute del fegato. Il cardo fu usato come rimedio per bronchiti e, nell’antica Grecia, veniva mescolato con il miele per calmare la tosse.
Nel XV sec. d.C. vennero scoperte altre sue proprietà medicamentose e dai suoi semi si estrassero rimedi efficaci per l’indigestione, i problemi epatici e le intossicazioni al fegato, l’itterizia e le malattie della milza, i calcoli biliari.
È facile immaginare come anche la farmacia del monastero si servisse dei suoi semi per decotti ed infusi.
– Scatto di copertina di Marcello Serenetti –

