La traccia delle parole
Negli archivi di antica nascita come quello di Pomposa si incontrano termini che possono suonare insoliti alle orecchie di oggi che non si occupino di Diritto o Giurisprudenza. Enfiteusi, livello, privilegio, breve papale…
L’enfiteusi è una forma di contratto attraverso cui una proprietà può essere sfruttata da un altro soggetto, godendone le rendite, a fronte di un tributo periodico in denaro o in natura. L’enfiteusi, di durata ventennale, era ampiamente utilizzato per risanare terreni paludosi o incolti e trasformare aree boschive in aree coltivabili. Nel tempo nel contratto viene anche introdotto l’obbligo di miglioramento del fondo (rustico o no che fosse).
Il nome livello deriva dal documento (libello) su cui era registrata la richiesta della concessione di terra per un tempo stabilito (a scopo di coltivazione e/o di abitazione), in cambio del pagamento di un fitto (il censo). Alla sua scadenza l’accordo era rinnovabile attraverso il versamento di un ulteriore canone livellario. Se in natura la quota da pagare non era fissa: a fine annata era versata una percentuale del raccolto di determinati prodotti.
Le terre possono essere concesse a livello non solo dai proprietari del fondo, ma anche da livellari, enfiteuti, beneficiati… I patti per la concessione venivano riportati in maniera identica su due copie, su una veniva apposta la firma del concedente e sull’altra quella del livellario.
Il privilegio in epoca romana stabiliva un eccezione giuridica rispetto alla normativa vigente e poteva rappresentare sia un diritto che un obbligo ed era applicabile ad un singolo individuo (da qui il termine privus, nell’accezione di «singolo», e lex, «legge»). Nel Medioevo i privilegi arrivano a riservare un vantaggio anche a gruppi o insiemi di soggetti, a tempo indeterminato o con un termine temporale. L’imperatore (o il re) e il papa avevano il potere di concedere (o revocare) privilegi in termini di diritti o di possesso di beni, così come anche i proprietari terrieri: donazioni di terre, usufrutti, monopolii, diritti di conio, esenzione da tributi e servizi… I privilegi assegnati a singoli individui potevano essere trasmessi per via ereditaria.
Con il tempo il privilegio rappresenta sia l’atto che il documento fisico su cui è registrato. Il termine privilegio è usato maggiormente per le concessioni papali, mentre il termine diploma per quelle regie e imperiali.
La bolla pontificia e il breve apostolico sono due formule diverse per indicare due formati di decreto emessi dal Papa. Siano l’uno che l’altro presentano dei sigilli a garanzia della loro provenienza.
La bolla (ossia il sigillo o bulla in latino), realizzata in piombo ed eccezionalmente in oro, è fissata al documento tramite lacci di canapa oppure di seta rossa e gialla a seconda del contenuto. Gli argomenti sono vari (norme statutarie e giudiziarie, dispense, scomuniche, canonizzazioni, nomine di vescovi…) e la missiva è spedita dalla Cancelleria apostolica.
Dalla fine del Settecento il sigillo fu soppiantato da un timbro ad inchiostro rosso dei Santi Pietro e Paolo con il nome del papa regnante intorno all’immagine. Il testo terminava con una formula di datazione con l’indicazione del luogo, giorno, mese e anno pontificale di scrittura del documento. Firme e sigillo venivano apposti come ultima cosa.
Il breve apostolico utilizza formule meno formali della bolla e segue una procedura più breve (in forma brevis sub cera), ed è autenticato per mezzo di uno stampo di cera. Il sigillo era apposto con l’anello papale “del pescatore”, insegna del Papa in quanto “pescatore di uomini” secondo il lascito di Cristo. L’anello era impiegato per imprimere sulla cera la raffigurazione di san Pietro che getta le reti in acqua. Sul bordo dell’anello era inciso il nome del pontefice in carica. Al presente si usa uno stampo di inchiostro rosso.
Il termine breve è utilizzato in maniera diffusa per indicare anche e più comunemente tutti quei documenti che riportino in sintesi gli estremi e le implicazioni di un atto stipulato in forma estesa.
Morgengabe significa letteralmente «dono del mattino» e nella tradizione germanica di epoca barbara corrispondeva all’omaggio che il marito portava alla propria sposa il mattino dopo la prima notte di nozze. Ciò avveniva di fronte a familiari e amici a dimostrazione dell’onorabilità della donna. Se all’inizio il dono corrispondeva ad oggetti semplici, soprattutto ornamentali, in periodi economicamente più fiorenti esso consisté in beni di maggiore e grande valore. La proprietà dell’omaggio rimaneva alla donna anche in caso di vedovanza e di eventuali seconde nozze. Gradualmente la possibilità di ripudiare la sposa che non fosse vergine venne meno e la morgengabe cominciò ad essere rispettata il giorno delle nozze e non quello successivo, fino a diventare una sorta di assegno vedovile.

