Le molte vite di Pomposa
L’Abbazia di Pomposa, che si incontra oggi percorrendo la trafficatissima litoranea SS Romea, è ciò che resta di un antico e più articolato complesso abbaziale sorto forse già nel VII secolo d.C. su quella che anticamente era un’isola, un dosso emergente dalle acque salmastre entro un triangolo idealmente delimitato a nord dal Po di Goro, a sud dal Po di Volano e ad est dal mare Adriatico. Accanto ad essa, più piccola, vi era la boscosa isola di Volano che dovette ospitare le prime esperienze eremitiche.
L’Insula Pomposiae si trovava lungo la via Popilia, dal Medioevo chiamata col significativo nome di Romea, che era la strada di collegamento dell’Europa nord orientale con Roma, al confine settentrionale dell’antico esarcato e vicino alle zone di espansione dei Longobardi.
La chiesa di S. Maria è affiancata dall’imponente campanile, del chiostro sopravvive solo l’area definita su tre lati rispettivamente dal fianco meridionale della chiesa stessa e dai due corpi di fabbrica che ospitano la sala capitolare, il refettorio e il Museo. Oltre l’area verde, verso ovest, vi è il palazzo della Ragione.
Gli edifici giunti fino a noi sono il risultato dei crolli, delle aggiunte e dei rifacimenti antichi, delle trasformazioni edilizie e funzionali e dei restauri più recenti e le successive fasi edilizie del complesso possono essere lette tramite un’attenta osservazione delle strutture superstiti e gli interventi di scavo e di restauro realizzati.
Ad una primitiva chiesa di VI-VII secolo d.C., larga come l’attuale ma più corta, sembrano appartenere i lacerti di pavimento in cocciopesto e gli elementi di recinzione del presbiterio in stucco, utilizzati per costipare al di sotto del piano d’uso, rinvenuti in occasione di scavi archeologici nella seconda metà del XX secolo.
E dobbiamo pensare che un primo edificio e una comunità religiosa esistessero in quell’epoca se già nell’anno 874 il Papa Giovanni VIII rivendicava alla Chiesa di Roma l’importante monastero.
Le vicende storiche, edilizie e politiche dell’Abbazia di Pomposa si possono vedere direttamente nella sequenza delle strutture murarie, pavimentali e decorative, e nel riutilizzo a vario titolo di elementi architettonici. La chiesa di S. Maria presenta infatti murature non uniformi ma costituite da tratti variamente connessi con diverse tecniche costruttive e materiali eterogenei.
Tra IX e X secolo la chiesa viene ampliata addossandole una nuova struttura muraria impostata su due piani, con volte a crociera, sorretta da quattro colonne centrali e da lesene di sostegno nei muri perimetrali, le cui pareti esterne erano adornate da bifore che davano luce all’atrio. La chiesa, decorata da affreschi, era un edificio di medie dimensioni a tre navate e sette arcate, con un’abside poligonale all’esterno e semicircolare all’interno, e un atrio coperto. L’attuale parete di fondo era la parete esterna dell’atrio.
Un ulteriore ampliamento si ebbe nella prima metà dell’XI secolo, tra il 1026 e il 1044, con l’abbattimento della parete di fondo per inglobare l’atrio, la realizzazione di un nuovo tratto pavimentale con soluzioni innovative e l’erezione di un nuovo atrio – quello attuale, che oggi appare come modificato dai restauri moderni – ad opera di magister Mazulo, menzionato nell’epigafe posta accanto al triforio esterno.
I capitelli e i pulvini appaiono diversi tra loro e sono databili tra V e VI secolo o, più raramente, all’età romana. Questi ed altri elementi sono generalmente considerati di provenienza ravennate, secondo la prassi, comune nel territorio dell’esarcato, di far confluire a Ravenna materiali ricavati da antichi edifici in abbandono e ridistribuirli poi per l’uso alle sedi collegate.
Questa fase di lavori coincise con un periodo di fortuna politico-economica dell’Abbazia dovuta anche all’intervento capillare di bonifica del territorio, reso necessario dall’aumento del livello delle acque circostanti in un periodo di clima umido: i terreni incolti sui cordoni litoranei dell’Insula e nelle zone contigue agli alvei del Goro e del Volano venivano assegnati in livello ed enfiteusi (contratti di lunga durata) con la clausola “ad meliorandum”, che comportava pratiche individuali di mantenimento degli scoli e dei fossi, e questo provocò un rilancio dell’agricoltura.
La torre campanaria fu costruita a spese di privati a nord della chiesa, a filo del muro di facciata dell’atrio, nel 1063 come indicato nell’epigrafe murata su un lato dello stesso e in cui appare il nome del maestro Deusdedit, che lo progettò. Si imposta su un robusto zoccolo a gradoni di grossi blocchi di calcare e solo il coronamento a cuspide di mattoni fu realizzato in un momento successivo e l’aspetto attuale è l’esito degli interventi di restauro effettuati nel XIX secolo.
La torre campanaria è articolata su nove ordini distinti da cornici e archetti pensili. Fino al quarto livello le uniche aperture sono piccole monofore di crescente ampiezza mentre negli ordini successivi si aprono una bifora, due trifore e due quadrifore realizzate utilizzando materiale di reimpiego.
Nei muri del campanile vi sono 71 alloggiamenti per bacini ceramici (grandi ciotole) ornamentali, collocati prevalentemente sul fianco settentrionale per essere visibili da chi arrivava da Venezia. Pochi sono quelli originari, importati dall’Egitto, dalla Tunisia e dalla Sicilia, presenti anche nella facciata dell’atrio e conservati parte nella muratura parte nel museo, mentre molti di quelli visibili sono stati realizzati in tempi recenti da artigiani faentini.
A questa fase si riferisce anche il pavimento musivo dell’area rialzata della navata centrale della chiesa realizzato in varie fasi secondo diverse espressioni artistiche.
Attorno al 1150, sotto la direzione del priore Giovanni Vidor, furono effettuati altri importanti interventi di ristrutturazione e rinnovamento degli ambienti del monastero, della chiesa e dei suoi arredi interni.
La crisi si stava però avvicinando: con le rotte di Ficarolo e lo spostamento più a nord del corso principale del Po, iniziò a formarsi una nuova cuspide e ritornò l’acqua.
A partire dal XIII secolo gli Estensi puntarono le loro mire espansionistiche su Pomposa, fino ad acquisirne il dominio diretto nel Quattrocento attraverso il sistema della commenda, e iniziò la decadenza.
Nel 1553 gli ultimi monaci si trasferirono a Ferrara e nel 1663 il monastero fu soppresso a causa del suo stato di abbandono e la chiesa dichiarata parrocchia.
Sappiamo che all’epoca era ancora un vasto complesso con i due chiostri, i cortili e i fabbricati di servizio, i loggiati di collegamento, gli orti e i giardini racchiusi da muri di cinta.
Con la confisca napoleonica dei beni ecclesiastici del 1802 il monastero fu messo all’asta e acquistato dalla famiglia Guiccioli di Ravenna per diventare sede di magazzini e servizi funzionali all’agricoltura.
Il Museo Pomposiano è ospitato nel corpo di fabbrica che delimita a sud l’area del chiostro, nell’ambiente che anticamente era il dormitorio dei monaci, ed è stato istituito nel 1976 come luogo di salvaguardia degli elementi scultorei e architettonici rinvenuti casualmente nell’area abbaziale e nei suoi dintorni; oggi conserva anche materiali da restauri e scavi archeologici.
Tra questi ultimi sono significativi, forse, di una frequentazione in epoche precedenti i tre cippi funerari marmorei etruschi del V secolo a.C., i frammenti di ceramica a vernice nera e a figure rosse e quelli di anfore romane del I secolo d.C. che testimoniano la circolazione di merci lungo il Po e i suoi rami nell’età antica.
– contributo e scatto di copertina di Benedetta Bolognesi (tenace esploratrice culturale) –

